COMUNITÀ Marius Sucevan

La diaspora investe in Romania, ma 7 su 10 non tornano.

Il 61% dei romeni della diaspora ha già investito in Romania, ma il 70% esclude il ritorno a casa entro il prossimo anno. Sono le due cifre centrali dello studio „Diaspora Sentiment 2026”, realizzato dalla società di ricerca MKOR e pubblicato il 28 luglio 2026. In breve: mandiamo soldi e compriamo a casa, ma non ci trasferiamo indietro.

Cosa dice davvero lo studio?

È un paradosso che molti di noi vivono senza dargli un nome. Teniamo un piede a casa con soldi e proprietà, ma la vita quotidiana resta dove lavoriamo. Lo studio è stato condotto su un campione di 2.000 intervistati, di età compresa tra 18 e 65 anni, residenti almeno sette mesi all’anno fuori dalla Romania, e mette cifre su una realtà nota:

  1. Il 70% degli intervistati esclude il ritorno in patria entro il prossimo anno.
  2. Il 61% ha già investito in Romania, tramite immobili o sostegno finanziario alla famiglia.
  3. La comunità della Germania ha il tasso di investimento più alto (71%) e il maggiore sostegno finanziario diretto inviato alla famiglia (44%).

Il legame con il paese non si è spezzato. Ciò che manca non è l’attaccamento, ma la fiducia che una vita ricostruita a casa sarebbe migliore di quella attuale.

Cosa significa per noi?

Ne ho già scritto: i romeni della diaspora non tornano solo perché compaiono soldi sul tavolo, ma quando trovano condizioni in cui vale la pena ricostruirsi la vita (ne ho scritto qui). Lo studio MKOR conferma esattamente quella distinzione, con i numeri: i soldi vanno già verso casa, ma la decisione di rientrare dipende da servizi, amministrazione corretta e prevedibilità, non da un singolo contributo isolato.

Qui si vede perché conta chi ci rappresenta. USR ha in Parlamento una squadra dedicata alla diaspora: il deputato della diaspora Iulian Lorincz fa parte della Commissione per le comunità di romeni fuori dai confini, e il mandato di questa rappresentanza è proprio trasformare il nostro attaccamento in condizioni concrete di ritorno. Ci sono anche passi economici già fatti: il programma „Diaspora Investește Acasă”, lanciato dal Ministero delle Finanze con un budget di 100 milioni di euro, offre contributi fino a 200.000 euro ai romeni della diaspora che vogliono aprire un’attività a casa, nel periodo 2026-2029.

Un programma di investimenti è utile, ma lo studio mostra che da solo non basta. Investire senza tornare significa che le persone hanno fiducia nel mattone, ma non ancora nello Stato. La stessa posta in gioco riguarda il percorso europeo della Romania, l’unica garanzia che le regole restino prevedibili per chi vorrebbe rientrare (ne ho scritto qui).

Cosa chiedono, concretamente, chi è partito?

È una delle mie battaglie come Vicepreședinte USR Italia: non trattare la diaspora come un conto da cui arrivano rimesse, ma come persone che tornerebbero se lo Stato funzionasse. Una carta d’identità ottenuta in tempo, un consolato che risponde, una scuola in cui il figlio si può reinserire, un lavoro dove l’esperienza fatta all’estero è riconosciuta: sono queste cose a spostare le percentuali, non i discorsi.

Per questo lo chiedo direttamente a voi, quelli della comunità in Italia che avete già investito a casa: cosa, molto concretamente, vi farebbe passare da „investo lì” a „torno lì”? Scrivetemi, perché sono proprio queste risposte che porto avanti.

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