EUROPA Marius Sucevan

Il ricatto politico che potrebbe costare alla Romania oltre 4,5 miliardi di euro dal PNRR.

Oltre 4,5 miliardi di euro di fondi europei a fondo perduto rischiano di rimanere inaccessibili per la Romania, dato che la scadenza del PNRR è fissata al 31 agosto 2026. Il motivo: uno stallo politico tra il PSD e il premier ad interim Ilie Bolojan, attorno ad alcune leggi che il Parlamento non ha ancora votato.

Perché il Governo è bloccato

Il governo Bolojan è stato sfiduciato con una mozione di censura il 5 maggio 2026 e da allora opera in regime di interim. Un governo ad interim non può legiferare a lungo termine tramite decreto d’urgenza, quindi l’unica via rimasta per le sei leggi di riforma impegnate tramite il PNRR, tra cui la Legge sulla retribuzione unitaria e il Codice amministrativo, è il voto diretto in Parlamento. Senza questo voto, le somme assegnate tramite il PNRR per queste riforme restano bloccate.

Un ultimatum al posto del voto

Il leader del PSD, Sorin Grindeanu, ha condizionato il voto delle sei leggi alle dimissioni di Ilie Bolojan dalla guida del Governo ad interim. Bolojan ha definito questa condizione un “ricatto politico”, affermando che non si può ricattare l’assorbimento di fondi europei sulla base di un calcolo politico.

Cosa dice l’USR

Secondo le dichiarazioni del presidente dell’USR, Dominic Fritz, la condizione posta dal PSD punterebbe, in primo luogo, alle dimissioni di Bolojan, non all’interesse dei cittadini. Fritz sostiene che le sei leggi condizionano direttamente l’accesso della Romania a fondi essenziali per gli investimenti pubblici, non a un vantaggio politico di una delle parti.

Cosa significa per noi, diaspora

I oltre 4,5 miliardi di euro non sono una cifra astratta: sono, secondo il Governo, i soldi con cui si finanziano autostrade, ospedali e scuole, esattamente l’infrastruttura da cui dipende anche la decisione di molti romeni all’estero di considerare un ritorno a casa. Una Romania che perde i propri fondi europei per un gioco politico interno è una Romania meno pronta ad accogliere di nuovo chi oggi lavora in Italia, Spagna o Germania. Ci riguarda direttamente: ogni mese di stallo significa ritardi nei progetti di infrastruttura e digitalizzazione delle istituzioni, proprio quelli che dovrebbero rendere il ritorno a casa più facile, non più difficile.

Cosa succede ora

Il Parlamento deve ancora votare le leggi rimanenti prima della scadenza estiva. Seguiremo da vicino se la disputa politica di Bucarest si risolverà in tempo o se la Romania finirà per perdere, ancora una volta, soldi negoziati con fatica a Bruxelles. Voi, che seguite questa crisi da lontano: pensate che un governo in stallo dovrebbe mettere in secondo piano i fondi europei da cui dipende il paese?

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